Mymusic Sei alla continua ricerca di nuove esperienze musicali? Questo blog nasce per riunire le recensioni musicali dei siti Internet italiani più quotati in un solo completo ed esaustivo articolo.
Inoltre il link a MySpace, la copertina del CD, la tracklist, i testi delle canzoni ed un video di Youtube, per ciascun intervento, ti daranno una chiara idea della musica che ti consiglio di ascoltare...
Pierolupo lavora per te!
Rapito dall'alieno in un vuoto appagante “E’ tutto il giorno che non ti si vede. Cosa ti è successo?” mi chiedeva mia madre, quella giornata in cui in tv era stato dato in anteprima il nuovo video di Battiato, dove si vedevano cavalli correre veloci lungo il deserto tunisino sulla musica di “Voglio vederti danzare”. Era successo che, semplicemente, ero stato rapito. Da quella musica, da quelle immagini, che facevano correre la mia fantasia ancora più veloci dei cavalli. Rapito da quel mondo che sembrava così distante dagli stilemi anglo-americani imperanti nella plastica di quegli anni (e, purtroppo, anche degli anni successivi). Rapito da un alieno col naso grosso, incontrato già qualche anno prima. Un anno di euforia calcistica mondiale e di euforia musicale “Cuccuruccuccù paloma”. Uno squarcio trasversale che veniva da lontano e che si rivolgeva in tante direzioni: semplice, nella sua complessità; esotico (e, a suo modo, eretico) nella sua popolarità; immediato, nella sua durevolezza. Un alieno il cui ritorno, dopo quella ventata di euforia e di modernità, attendevo con quella tipica ansia che solo una certa età pare conoscere e frequentare così bene da essere del tutto naturale e spontanea e assolutamente non artefatta né corrotta. L’alieno era tornato, e, ancora una volta, mi aveva rapito, sulle note di vecchi valzer viennesi, prospettandomi zingare nel deserto e balinesi nei giorni di festa che chi mai avrebbe immaginato, ai tempi di Drive In. Sono passati molti anni. Altri alieni ho conosciuto e frequentato. Ma quell’alieno, quello col naso grosso e la faccia da vecchia, è rimasto il più alieno di tutti. Ed ora è tornato a rapirmi, come da tempo non riusciva a fare. L’ultima volta c’era riuscito brandendo una apparentemente innocua borsa dell’acqua calda e raccontando la storia di un certo capitano Shackleton e di asfissie cittadine come manicomi moderni. Ora ci è riuscito un’altra volta, in un modo più annunciato: il vuoto, già di per sé, si presta a riempire chi, immerso nei moderni manicomi, aspira ad essere trasportato in un altro mondo, con “pietre, comete scure e arcangeli in penombra”. (Questa citazione scommetto che, tra i non seguaci, quasi nessuno la afferrerà). Era partito tutto come l’ultima volta, parlando di tempo che manca, di sindromi da traffico, ansia, stati emotivi, collera, paura, stress. Un nuovo shock. L’aria, però, rispetto a prima, si fa già dal secondo ascolto più eterea e felice dei suoni di Gommalacca che uscivano, dieci anni fa circa, dalla borsa dell’acqua calda. Il ricordo e la nostalgia non lasciano mai spazio al rimpianto. E la malinconia, quando c’è (e ce n’è), è sempre dolce (e qui c’è un deciso filo di congiunzione con Ferro battuto). Come, di converso, le esplosioni di gioia non si fanno mai prendere troppo la mano e divengono rarefatte e malinconiche. Così in quel capolavoro melodico che è “Tiepido aprile”, che strappa vere e proprie lacrime di pura commozione: cioè, non dettate da richiami o da altro, ma dalla sola bellezza della musica (cosa che capita molto raramente e che, per questo, credo che candiderà questa canzone ad essere una delle più belle del repertorio alieno). Così accade in “Aspettando l’estate”, con un ritornello che pare venire da così lontano che non puoi non perderti. E così accade in “Stati di gioia”, che si chiude, dopo un inizio movimentato, con 3 minuti spiazzanti di classico tappeto musicale alla Battiato, ispirato al viaggio della meditazione (e infatti ricorda moltissimo le atmosfere di Gilgamesh). In mezzo a questi brani, che mi sembrano essere il nucleo fondante dell’album, non ci sono, però, brani di riempimento. Ed è questa la vera novità del “Vuoto”, in un panorama musicale che si fonda sul successo di un solo brano a traino di album scadenti, ripetitivi e poco ispirati. Qui, dentro questo vuoto, c’è ispirazione come raramente capita, anche allo stesso Battiato. C’è costante una certa commozione trattenuta. Tutto si dispiega con levità e richiami poetici (merito di Sgalambro: questo glielo si deve; ah, se solo si limitasse a scrivere testi di canzoni!). Nulla deborda, anche quando potrebbe. Non si fa mai l’occhiolino a chi ascolta. Non lo si consola, né si ammicca: non ce n’è proprio bisogno, con canzoni come queste. Ci sono molti ritorni, angoli che chi conosce Battiato ha già da tempo frequentato : il tema della solitudine come scelta di vita (“I giorni della monotonia”), quello, tipicamente buddista, dell’inganno dell’apparenza e dell’illusorietà del così detto reale (“Niente è come sembra” e “Io chi sono?”). Ma quello che colpisce tanto i rapiti come me, credo, sia la perfetta consonanza delle musiche ai testi: nulla pare essere fuori posto; nulla pare eccedere; nulla pare mancare. E’ un vuoto che, in realtà, è del tutto appagante. Il vuoto, rimanendo tale, viene riempito. Ed io continuo ad essere rapito. E viaggio nel tempo e nello spazio (che “in una stanza vuota si unisce alla luce in una cosa sola”) veloce, veloce come il ritmo di “The game is over” (da collegare alle sperimentalità riprese dal passato e già fortemente presenti in Dieci Stratagemmi). Quando ritornerò sulla terra di tutti i giorni, vi racconterò meglio cosa è successo. Naturalmente, non avvertite gli americani: anche volendo, non riuscirebbero comunque a liberarmi. (Labrigatalolli)
A volte, ma solo a volte, il vuoto di certi salotti barocchi, adornati da sontuosi tendaggi e rischiarati da sfarzosi lumi, è davvero imponente nel suo essere soavemente chiassoso. Forse sarà per via di quel bisticcio, a tratti invisibile e a tratti no, tra arcaici sapori mai impolverati ed intriganti assaggi di modernismo annusabili come brezza marina, oppure, è solo una mera apparenza, un’eco che giunge da chissà quale remoto disordine seppur così tremendamente rasente. Il Vuoto, fatica numero trenta del maestro, è un album intriso di Sicilia, vetusta o fresca che sia, un orologio le cui lancette consumano solo metà del quadrante, giusto il tempo di posare sul tavolo qualche ricordo d’annata uscito dal cassetto della memoria e di battezzarlo con contemporanee melodie campionate. Il risultato sono nove tracce bagnate, e non accidentalmente, dal più saporito dei vini e riscaldate dal calore popolare di un sole che si ostina ad indossare lenti scure. Anche in questa occasione Battiato pone al centro del suo screening un tormentato esistenzialismo - “tu sei quello che tu vuoi ma non sai quello che tu sei”, da Il vuoto - che prende le dovute distanze dalla turlupinatura sociale, mediatica e politica dei nostri giorni - “le comuni apparenze scompaiono con l’esaurirsi di tutti i fenomeni, tutto è illusorio privo di sostanza, tutto è vacuità…” da Io chi sono? - il tutto all’insegna di un persuasivo - ma mai ossessivo - accenno retrospettivo ai lavori passati ed in particolar modo a quelli di fine anni novanta, “L’imboscata” e “Gommalacca”. Più ci si addentra negli sconfinati territori sonori del disco e più risulta piacevole osservare di nascosto un Battiato che rievoca (e celebra) “ciò che fu” mentre i rami degli alberi flirtano con l’incedere delle stagione dell’amore (toh!) così come accade in Aspettando l’estate, Tiepido Aprile, I giorni della monotonia e l’incantevole Era solo l’inizio della primavera, un recontre quest’ultima, tra Tchaikovski e il Cesare Andrea Bixio (feat Pink Martini, abbiamo l’audacia di aggiungere) di “Parlami d’amore Mariù”. La ditta Battiato/Sgalambro (come sempre coautore dei testi, ndr) si congeda con la malinconica Stati di gioia che cita tra le note e con le note, la “She loves you” beatlesiana, e sarebbero applausi a scena aperta se non fosse che lo stesso juke-box galeotto era già apparso, qualche anno prima, in un pezzo di Amedeo Minghi (sic!)… Ed è proprio in casi come questo che l’aforisma plutarcheo “facile scoprire un difetto, ma far di meglio può essere difficile”, va doverosamente enunciato, anche perché già a partire dal secondo ascolto, il vuoto ha lasciato qualcosa. (Ilcibicida)
Da una parte c’è il pop, con la sua patina lucente e il suo innato potere seduttivo. Dall’altra il mondo aereo e gassoso della filosofia, il suo impianto gravoso e cerebrale. Ecco, in gran parte della sua musica, Battiato tenta una terza via, che non è nella sintesi di questi due orizzonti, né nella costrizione di un qualsiasi sistema filosofico all’interno dell’effimera forma del pop. Battiato decide semplicemente di far convivere filosofia e pop all’interno delle sue canzoni, come due rette che scorrono parallele specchiandosi una nell’altra. E ci sembra consapevole che questa coesistenza su uno stesso piano è ora affascinante, ora kitsch e stridente, ora devastante. Il vuoto amplifica questa sensazione. Trattasi di un album in cui la maniera convive con momenti di grande ispirazione e in cui il cantautore siciliano trova le giuste motivazioni per qualche nuovo impeto sperimentale (il finale “subsonico” di The Game Is Over, le parole di Tolstoj sulle musiche di Tchaikovsky in Era l’inizio della primavera, l’apporto delle giovanissime MAB e dei FSC). E la filosofia? Ah, sì, certo: un elegante e aristocratico gioco da chansonnier. (Freequency)
Non contiene nulla di nuovo dal punto di vista musicale e concettuale, dura poco (33 minuti a prezzo pieno…) e, ad essere pignoli, ci si potrebbe anche chiedere se fosse davvero il caso di pubblicarlo ora, o se invece l’autore avrebbe potuto attendere di confezionare un disco più sostanzioso. Questo di primo acchito, al primo contatto. Ma poi, a poco a poco, ascolto dopo ascolto, cominci a godere di una scrittura (in tutti i sensi) che non conosce pause nell’ispirazione, di impasti sonori inimitabili, morbidi e maestosi, che consolano da molteplici tristezze. “La tristezza non prevale su me/col canto la tengo lontana”: così recita un verso di “Aspettando l’estate”, forse il gioiello di questo disco apparentemente minore. E la musica di Battiato è un forte antidoto contro la tristezza. Non per attitudini banalmente consolatorie, ma per l’esatto contrario. E’ pessimista, di un pessimismo sempre più radicale ed eroico, di quello che è cibo per la mente e per l’anima; di quello che gode delle piccole come delle grandi cose, dei profumi della natura come degli spazi cosmici, che riconosce le miserie e contraddizioni dell’esistenza indicandole a dito ma senza atteggiamenti inquisitori, con la consapevolezza che il raggiungimento di “stati di gioia”, dell’elevazione spirituale sulla contingenza e sull’apparenza, è conquista faticosa, continuamente rinnovata e mai stabile. Ciò che continua a stupire, nella morale filosofica e spirituale del catanese, è il suo essere sempre e comunque laica, al di fuori da qualsiasi confessione. Un bell’esemplare di quel raro animale in via di estinzione che passa sotto il nome di “moralismo laico”. Apre il disco la title track, brillantemente disarticolata, nella quale la musica ricalca imitativamente il testo: un vuoto che è il caos del paranoico mondo moderno. L’uso del sintetizzatore (suonato da Battiato) è come sempre magistrale. “I giorni della monotonia”, che richiama la tematica dei rapporti amorosi di brani come “Il mito dell’amore” (“Fisiognomica”), precede la già nominata “Aspettando l’estate”, canzone pop perfetta, rigorosa nella ritmica, leggera e quasi eterea nel canto e nei vocalizzi, di tono epico-elegiaco, quello nel quale Battiato ha sempre dato il meglio di sé. “Niente è come sembra” riprende il filo conduttore dell’album, quel rapporto fra apparenza e realtà, o meglio fra apparenza e sostanza, che ormai da anni costituisce uno dei poli principali della riflessione della coppia Battiato-Sgalambro e che qui ne “Il vuoto” trova la sua massima espressione nella penultima traccia, “Io chi sono?”, splendidamente aperta da un chiaro riferimento alla teoria aristotelica del cielo e dell’etere, dell’immutabilità del mondo astrale. “Qui non si impara niente sempre gli stessi errori/Inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre”: proprio quando non sembra esserci via d’uscita arriva il colpo d’ala: tutto da gustare per come Battiato riesce davvero ad “intonare” il suo pensiero. La vera forza di testi come questo sta nel loro essere dotati di un duplice livello di lettura: possono essere diversamente fruiti senza per questo perdere in efficacia. “Tiepido aprile” esibisce grande pulitezza vocale; “Era l’inizio della primavera” è l’adattamento di una lirica di Tchaikovsky. Classico finale è “Stati di gioia”, quello che “L’oceano di silenzio” era per “Fisiognomica”. Forse non del tutto omogenea al resto dell’album è “The game is over”, nel filone del Battiato più elettronico. Collabora tra gli altri la Royal Philharmonic Orchestra diretta dall’ormai fedelissimo pianista Carlo Guaitoli. (Kalporz)
Partiamo da un presupposto. Se, appena ascoltato il disco nuovo di chiunque, la mano inizia a gironzolare per la cd-teca (come cavolo si dice?) alla ricerca di roba vecchia del soggetto in questione, buon segnale non lo è. Di Battiati, in questi 40 anni di carriera, ce ne sono stati così tanti, da far perdere la testa a chi volesse trovare i fili del discorso. Da quello stile “canzone per l’estate” degli anni ’60, a quello rivoluzionario-progressista dei primi ’70, dall’elettronica della tetralogia che va da “Fetus” a “Clic” a quello strumental-inascoltabile della seconda parte del decennio. Poi si passa alla popstar da milioni di copie vendute, al mistico di “Fisiognomica”, all’arabeggiante, al classico-operistico. Insomma: anche se all’epoca lui parlava di “No U turn”, in realtà di inversioni ad U Francuzzo ne ha fatte tante, senza mai restare uguale a se stesso. Poi, l’avvento di Manlio Sgalambro, in un abbraccio non sempre amato dai fans della prima, seconda e terza ora, con la battutaccia di Roberto D’Agostino che definì il filosofo “la personale Yoko Ono di Battiato”. In una discografia sempre più piena di raccolte, live, cofanetti più o meno autorizzati, un album veramente nuovo fa sempre effetto, ma la cosa triste è che questo “Il vuoto” sembra – ahinoi – un coacervo di scarti de “L’imboscata”, disco del 1996. E fa strano che in 11 anni, quasi un’era geologica considerando le tante reincarnazioni di Francuzzo, non ci sia stato un benchè minimo rinnovamento. Certo, ci sono due o tre tracce che possono restare in testa, a partire dalla titletrack. Ma si viaggia sempre di maliconie per i tempi andati, con testi non sempre adatti al mainstream: che poi non è quanto lui abbia mai voluto, ma se tanti anni fa poteva far intonare a decimigliaia di fans le liriche assurde de “La voce del padrone”, ora tutto sembra sempre uguale e ripetitivo. E nemmeno quelle scariche elettroniche, caratteristiche della sua musica dai tempi di “Meccanica”, 1971, sembrano un infinito loop fine a se stesso. Tradotto: se un tempo ci si poteva annoiare, e come altrimenti, davanti a “Zà” o “Sud afternoon”, ora dopo aver ascoltato “Il vuoto” resta, appunto, un senso tale. Ci si sbaglierà, ma servirebbe una ultima inversione ad U, per il Nostro. (Musicmap)
Franco Battiato. Un nome, una (quasi) garanzia. Nella sua carriera, che si avvicina al quarantennale dalla pubblicazione della sua opera prima, l’indimenticato ed indimenticabile "Fetus", il cantautore catanese ha attraversato il corso della storia. E di essa ha cantato il disagio, la noia, la tranquillità, i tumulti. Autore mai banale, classico e originale allo stesso tempo, si è sempre dimostrato camaleontico, eccentrico. Un personaggio difficilmente inquadrabile, estraneo a coordinate temporali, avulso da condizionamenti modaioli e vincoli commerciali. E le sue composizioni, in costante bilico fra mistiche visioni futuriste e idilliaci quadretti filosofici, riflettono la sua profondità meditativa, oltrepassando le semplici riflessione dettate dalla quotidianità, ma cercando di proporsi implicitamente come analisi e sintesi del pensiero umano. I testi, poi, sono quanto di più limpido e celestiale si possa esprimere con le parole. Emozioni in musica. Giunto ormai, al ventinovesimo lavoro, pubblica questo "Il Vuoto". Il Battiato che t’aspetti verrebbe da dire. Le patologie del quotidiano vengono sezionate fin nei più intimi aspetti dello spirito. Uno spirito malato, che annaspa fra le pieghe del vuoto, e che cerca precario conforto in un sconfinato consumo e nel logoramento trascendentale. Chi ha storto il naso di fronte al precedente "Dieci Stratagemmi", rifiutando la deriva elettro-pop, vedrà confortate, quantomeno parzialmente, le aspettative di un Battiato vecchio stile (sì certo, ma quale vecchio stile?). E fermarsi all’ascolto del singolo che dà il titolo all’album sarebbe veramente delittuoso. Sulla falsariga di "Tra sesso e castità", la prima traccia, che, diciamolo, può anche sembrare pacchiana e banale, percorre le vie di un pop sapientemente mischiato all’elettronica. I synth giocano con l’austerità classica del canto, creando un gioco di rimandi a quel sottovalutato "Gommalacca". E se siete veramente rimasti disgustati dal singolo, come chi scrive, rifugiatevi nel lirismo di "Tiepido Aprile". La maestosa traccia pastorale che si svolge fra gli archi della Royal Philarmonic Orchestra porta idealmente l’ascoltatore tra le note di "Come un Cammello In Una Grondaia". E i rimandi al Battiato del periodo dei lieder ottocenteschi paiono sempre dietro l’angolo. Basti ascoltare la seppur piatta "Era l’inizio Della Primavera" per rendersene conto. Ma, lo sappiamo, il siculo è autore vario e istrionico. Ecco allora il funk-pop, condito in salsa electro-noise orientale di bluvertighiano slancio, di "The Game Is Over" o le nostalgiche trombe di "Aspettando l’Estate". Che l’autore di melodie terse dallo slancio romantico, padre nobile della canzone italiana, abbia strizzato l’occhio alle filosofie e alle religioni orientali non è certo mistero. E "Niente è come sembra", ispirato a una frase del Buddha, testo programmatico del Battiato-pensiero, sebbene decisamente monocorde nello sviluppo della melodia, avvalora la tesi dell’autore-filosofo, coadiuvato non a caso dall’ormai fedelissimo Manlio Sgalambro. La world-music della conclusiva "Stati di Gioia", chiude idealmente il cerchio. Il vuoto teorizzato da Battiato è tutt’altro che incolmabile. Seguendo uno schema ideale, Battiato teorizza il vuoto nelle sue varie forme, da quella del consumo, a quella della tediosità, cercando di porvi rimedio con bozzetti bucolici, con l’esaltazione della vita semplice, con l’invito al saper apprezzare i dettagli. "Il Vuoto" è un album che sa rincuorare, al quale non si deve chiedere nulla più di quello che si propone, che si ripromette di dare una lezione più che di farsi apprezzare musicalmente. "La mia droga è un cielo terso con una nuvola che lo attraversa. Per qualcuno sarà noioso, per me è come farmi d’eroina". Ecco l’essenza de "Il Vuoto" dalle stesse parole di Battiato. Come dargli torto? (Ondarock)
Negli ultimi anni la discografia di Franco Battiato si è fatta irregolare: un paio di live, qualche raccolta (editata dalle "vecchie" etichette), i due dischi di cover “Fleurs”. Questo perché Battiato è un irregolare della musica italiana, e lo dimostrano il suo ormai noto ondeggiare tra musica popolare e colta, tra musica e altre arti (il cinema, sopratutto, negli ultimi tempi. Inevitabile, quindi, che un disco “regolare”, di nuove canzoni inedite, susciti più aspettative di altre pubblicazioni. Tanto più quando il disco è un ritorno, alla Universal: una delle tre major discografiche frequentate da Battiato nella sua lunga carriera insieme a Emi/Decca e a Sony/Bmg. La Universal è stata la casa di alcuni dei dischi più amati di Battiato, su tutti “L'imboscata”. “Il vuoto” è un disco che rispetta le aspettative, nel bene e nel male. E' un disco dal suono più omogeneo e meno sperimentale di altri album di inediti, che “impasta” melodie tradizionali, elettronica, rock, orchestrazioni. La title track, nonché primo singolo, è il miglior esempio di questo impasto: un buon ritmo, melodie, voci e lingue che si sovrappongono, esattamente ciò che si aspetta da Battiato, filosofia (“Vuoto di senso/senso di vuoto”) e popolarità. A questo si aggiunge un buon senso dello “scouting”, grazie all'apporto divertente e azzeccatto della rock band al femminilr MAB. Nel resto del disco, però il gioco riesce meno, tra ballate che giocano più sul lato orchestrale (“Tiepido aprile”) e altre che recuperano maggiormente l'elettronica (“Niente è come sembra”, che è anche la canzone da cui prende il titolo il terzo film, la cui lavorazione è appena terminato). In sostanza, “Il vuoto” suona un po' come un disco di maniera: ben scritto, ben prodotto, ma tutto sommato senza grandi guizzi che non siano la title-track o alcuni passaggi, come il bel crescendo centrale di “Io chi sono?”. Il che non è necessariamente un male, perchè Battiato, che è e rimane un genio, ogni tanto ha la tendenza ad essere un po' troppo dispersivo. Qua ha la tendenza opposta: “Il vuoto” è un disco lineare, fin troppo per chi è abituato alle soprese che solitamente ci riserva il Maestro. (Rockol)
Al cospetto della ormai quasi quarantennale carriera del cantautore siciliano, non si può non valutare con estrema attenzione ogni sua nuova opera. Ad incitare un simile rispetto è la perfetta alchimia tra suoni elaborati con l’ausilio di una cura maniacale e l’utilizzo di testi (firmati in collaborazione con il solito Manlio Sgalambro) profondi e tristemente sinceri nella loro consueta incisività. Certo, per chi, come il sottoscritto, ha venerato capolavori fin troppo sottovalutati come "Gommalacca" e "Dieci Stratagemmi", il nuovo approccio dell’autore ad una strada cosparsa di elettroni misti a sonorità classicheggianti può sembrare alquanto forzato e pretestuoso; ma, rimembrando il genio e l’inventiva che ci si ritrova a fronteggiare, ogni vanità crolla, a favore di un "tanto di cappello" onesto, rispettoso e confermato. Franco Battiato ha sempre osservato con estrema attenzione l’ambito del sociale: noia, degrado, disagio, falsità, ipocrisia, mercificazione sono solo alcuni dei temi sentiti e prediletti dalla sua intera opera. Pertanto, tutto ciò sembra essere riassunto in questo nuovo ed emblematico lavoro: un immenso ed apocalittico vuoto, simbolo di malattia spirituale, deframmentazione di valori etici e morali, avvolge concettualmente le nove complesse tracce del disco, seppur felicemente dense di un lontano bagliore di speranza. Tutto ha inizio nell’ elettro-pop sperimentale della title track ("Il vuoto"), soluzione, però, apparentemente smentita in armoniche rifiniture come quelle di "Tiepido Aprile" (suggestivi gli archi della Royal Philarmonic Orchestra) che rievocano i tempi di "Come Un Cammello In Una Grondaia" o del più recente "Fleurs". Ma ecco rispuntare, nuovamente, cumuli di elettroni sapientemente e pacatamente sguinzagliati ("The Game Is Over") e crescere linee melodiche dedicate a fiati malinconicamente speranzosi ("Aspettando L’estate"). Passando, poi, per le solenni ispirazioni filosofiche orientali (tipiche) di "Niente E' Come Sembra" e le riflessive questioni di “Io chi sono”, si giunge alla quadratura del cerchio con la conclusiva "Stati Di Gioia", la cui matrice dolcemente adagiata mantiene salda ogni concezione di ricerca artistica perennemente attribuibile ad un artista che, nonostante tutto, ha sempre costruito sulla sua componente sperimentale un solido punto di riferimento per lo sviluppo di ogni idea. In definitiva, ci troviamo di fronte ad un lavoro onesto, ricco di anima ed intelligenza, pur se, forse, più sentito nelle liriche che nelle strutture armoniche dei brani che lo compongono. Tuttavia, si riconosce immediatamente l’immenso lavoro spirituale (prima che artistico) che pone in netto rilievo il suo autore rispetto al contesto globale italiano, troppo massificato per comprendere ed assimilare determinate particolarità. (sensorium)
Cosa succede a Franco Battiato? Il suo ultimo cd, il vuoto, mi è apparso in tutta la sua bellezza e la sua freddezza. Ma facciamo un piccolo passo indietro e analizziamo il cd in modo ordinato. I testi. Ascoltare un cd di Battiato significa sapere di trovarsi di fronte a testi tutt’altro che banali. Potrei osare che i lavori del cantautore siciliano siano in linea agli ultimi lavori di Battisti, difficili, algidi, bellissimi ma spesso incomprensibili. L’intero album analizza il vuoto della nostra esistenza, la frenesia dei nostri giorni e lo fa in modo oscuro, cupo. Quasi a cercare un senso che possa giustificare, appunto, il vuoto che Battiato sembra provare. C’è poco altro da dire. Se si ascoltano le canzoni una alla volta, in modo distante una dall’altra e non in sequenza, si rimane perplessi. Non si capisce fino in fondo il senso di quel che Battiato vuole comunicare. Assieme l’album trae un significato proprio dalla difficoltà di seguire un filo narrativo. A mio modo di vedere infatti, il senso di smarrimento che ho provato nell’ascoltare le 9 tracce del cd è direttamente conducibile al senso del titolo dell’album. Il vuoto dell’esistenza, la mancanza di chiarezza, la difficoltà di comunicare tra noi. Il filo conduttore in questo caso rivela una costruzione ermetica e perfetta, ma fredda. Il difetto principale che posso imputare a questo cd è appunto la freddezza. Pur consapevole che si tratta di un lavoro fuori dagli schemi non sono riuscito ad ascoltarlo con piacere. Il fatto che oggettivamente possa essere artisticamente molto valido, non mi ha reso piacevoli le sedute di ascolto, né distratte né attente, mi ha disorientato. La musica. Con una premessa come quella che ho fatto sui testi non credo che sia possibile, cercando di analizzare gli arrangiamenti, discostarsi dal giudizio appena espresso. Ci sono molte sonorità elettroniche che ricordano vagamente gli anni 70. molte volte le voci sono sporche, campionate, sempre più spinte verso una spersonalizzazione dell’artista. Mi è parso che Battiato non canti le proprie canzoni ma le legga, distaccandosi da musica e arrangiamenti. In conclusione la domanda è sempre quella, Alfonso ma ti è piaciuto? No. Il vuoto mi ha lasciato vuoto. Non mi ha preso, non mi ha coinvolto. E’ un album che non è nelle mie corde, ma proprio per questo ribadisco che è una mia opinione. Come al solito ascoltatelo, se possibile più di una volta e sappiatemi dire. (Musicontnt)
Due giovani band, i padovani FSC e il gruppo femminile punk rock delle MAB, tra gli attori de Il vuoto, il nuovo album di Franco Battiato. Nel ruolo di coprotagonista, Manlio Sgalambro, che firma i testi delle canzoni. Battiato ha arruolato anche la Royal Philarmonic Orchestra e il maestro Carlo Guaitoli. A tre anni di distanza dall’ultimo album in studio, Dieci stratagemmi, esce Il vuoto, 24° lavoro di Franco Battiato (29° se contiamo anche i cinque dischi firmati come musicista classico). Nove canzoni che si avvalgono ancora una volta dei testi del paroliere filosofo Manlio Sgalambro. Nell’album Franco Battiato ha voluto altri “attori”. Collaborano due band: gli FSC che parteciperanno al Festival di Sanremo 2007 e le MAB. In realtà la collaborazione con i primi risale ai tempi di Dieci Stratagemmi, mentre è molto più recente l’incontro con le MAB gruppo rock tutto al femminile. La chitarrista è stata coinvolta in prima persona anche nel progetto cinematografico di Franco Battiato. Poi altre illustri intrusioni: la Royal Philarmonic Orchestra che ha registrato la sezione d’archi de Il vuoto, il pianista Carlo Guaitoli e Pino "Pinaxa" Pischetola che ha curato la registrazione e il mixaggio. Alquanto singolare l’ispirazione de Il vuoto. L'Oxford Dictionary ha pubblicato le cento parole più utilizzate negli ultimi anni. Battiato canta nel ritornello in inglese della canzone alcune di queste words. Una filastrocca: “year play rest my way day thing man your world life the hand part my child eye woman cry place work week end your end case point tu sei quello che tu vuoi government the company my company ma non sai quello che tu sei Number group the problem is in fact money money...” cantata insieme alle voci femminili delle MAB presenti anche nel videoclip che è stato realizzato nella zona di Catania, nel nuovo aeroporto, nella stazione. Questo disco non racchiude canzoni radio friendly (tranne forse la titletrack), non si preoccupa poi tanto di compiacere l’ascoltatore. Sonorità elettroniche ne Il vuoto e in Game Over ma anche atmosfere classiche (il brano Era l’inizio della primavera è tratto da Tchaikovski). Il disco denuncia “l’alienazione esistenziale che ci circonda”. Un malessere esistenziale che l’uomo accusa nelle piccole esperienze quotidiane di tutti i giorni, come ad esempio lo stress da traffico automobilistico. Insomma Battiato nel suo girovagare per i meandri dell’animo umano cerca di non perdere il contatto con la realtà. Ne I giorni della monotonia indaga il rapporto di coppia, quello di tutti i giorni. In Aspettando l’estate si abbandona alla malinconia e omaggia in un verso “all’ombra dell’ultimo sole” Fabrizio De Andrè. E cita anche i Beatles in Stati di gioia, i Beatles che risuonavano nel juke-box di un bar completamente vuoto in quel lontano 1963. Dal vuoto della prima canzone alla gioia dell’ultima, attraverso un percorso di indagine verso noi stessi (Io chi sono? Si domanda Battiato), con un vivo amore per la natura che ci circonda. (Wuz)
Per quel che mi riguarda, da Battiato ormai non mi aspetto altro che un pizzico di autentica trepidazione. Della confezione non mi preoccupo, il cantautore siciliano ci ha abituati a trattare il suono con una padronanza e una peculiarità che ha pochi uguali in ambito nazionale. Prendete la title track: electro funk wave melodicamente bolso però tutta una giustapposizione di trovate, strati di riff di synth e chitarre, archi e cori ectoplasmatici, una "profondità superficiale" organica a quell'idea di avanguardia leggera che Battiato persegue dal Cinghiale Bianco in avanti. E' un gioco, e va accettato. Anche in questo Il Vuoto, album d'inediti numero ventitré (se non erro), il mestiere viene tranquillamente ostentato. E' parte integrante della strategia pop, così come il ricorso ai riferimenti colti (il Tolstoj riadattato nel lieder - piuttosto stucchevole - di Era l'inizio della primavera) e gli esausti scorci filosofici (nel solenne didascalismo electro soul di Niente è come sembra, nella vaporosa Io chi sono?). Non si ravvisano grandi intuizioni melodiche, né particolari sorprese, ma non occorrono. Neppure stupisce la scelta dei compagni di viaggio, da una parte la fastosa Royal Philarmonic Orchestra e dall'altra due giovani rock band (gli indie rockers padovani FSC e le dark sardo-londinesi MAB). Oltre all'immancabile Sgalambro, ma che ve lo dico a fare. Post moderno per elezione, Battiato finisce inevitabilmente per riarticolare se stesso: va a prendersi un Cafè de la Paix tra Fleurs avvizziti (I giorni della monotonia), conduce il Cammello tra le sensuali nostalgie di Fisiognomica (Tiepido aprile), aizza palpitanti imboscate su spiagge solitarie (Aspettando l'estate). Siccome lo fa con un certo talento, non c'è proprio nulla da eccepire. E quella trepidazione che andavo cercando? In effetti, c'è. Ad esempio nella conclusiva Stati di gioia, quando una she loves you dal juke box della memoria scompagina la trafelata allure avant-prog aprendo scenari psych assorti, immersi in una caligine impalpabile. Se sia autentica o meno, beh, non è per nulla importante. Davvero. (6.6/10) (Sentireascoltare)
Etichetta: Mercury - Voto: 7.5 Brano migliore: Era l’inizio della primavera Un disco delicato, raffinato, armonicamente denso. Fatto di intrecci di voci, archi, viole, violini e violoncelli. Un disco dolce che culla l’ascoltatore senza che questi ponga degli impedimenti, senza che neanche ci pensi. "Conosci Schubert?", domandava il verso di una sua canzone ormai vecchia, Alexander Platz. Be’, di sicuro lo conosce Franco Battiato, che presumibilmente alla composizione di questo disco ha fatto precedere ore e ore di ascolto di musica classica (anche se la sua cultura in materia è già profondamente attestata da ripetuti segni nella sue opere, fin dagli inizi). Infatti, quello de “Il vuoto” è un Battiato che torna a saggiarsi, che torna a impiegare tempo nella scelta dei suoni, dei timbri, degli accostamenti acustici - a differenza dell’ultimo album di inediti, “Dieci stratagemmi”, che quanto ad arrangiamenti andava piuttosto in automatico sul pop e risultava svogliato.Questo nuovo disco è più “disco” del solito, nel senso che ha senso come opera globale, organica, ha un filo conduttore e unificante nelle sonorità scelte e nelle atmosfere affrontate. Anzi, in questo senso è proprio la title-track, che è anche il singolo promozionale, a fare eccezione: un brano dove l’elettronica prende assolutamente il sopravvento, senz’altro in modo interessante, ma che certo non spicca fra le nove tracce. A questo punto, occorre far chiarezza: non è che Battiato in questo disco dica addio alle sonorità elettroniche. Queste, però, si incastrano perfettamente nella filosofia del disco, che sembra dettata dalla “delicatezza”, tanto che ricordano piacevolmente alcune sperimentazioni recenti del compositore Ludovico Einaudi, come per esempio in Io chi sono? Spesso non sono le melodie in sé a colpire, ma i cambi, gli stacchi che - non fatico a dirlo - ricordano certi passaggi dei successi anni ’80 dell’autore siciliano. Basti l’ascoltare Niente è come sembra (che è anche il titolo del suo prossimo film) e Tiepido aprile. Francamente, presi di per sé sono i testi – per cui Battiato si avvale della collaborazione del filosofo Manlio Sgalambro – l’anello debole di questo disco, e non è di certo la prima volta che accade da quando la collaborazione è cominciata. Ma, non essendo presi di per sé, l’ascolto di brani come I giorni della monotonia o Aspettando l’estate – che hanno delle notevolissime aperture melodiche - risulta più che piacevole, fluido, naturale, certe volte commovente. Sì, perché un’altra cosa da dire è che questo disco funziona come “disco” anche perché non c’è nessun brano che, al primo ascolto, spicchi più degli altri (e questo fa sì che, sebbene sia davvero un album ottimo, non sia folgorante). Poi, certo, le inclinazioni personali dell’ascoltatore gli permetteranno di affezionarsi più a un brano che a un altro. Il sottoscritto, per esempio, sente di dover esaltare la grazia di Era l’inizio della primavera, che ha dei passaggi che sembrano Chopin puro e che ricordano da vicino i suoni di “Fleurs” (il primo), che resta uno dei lavori complessivamente migliori degli ultimi dieci anni della canzone italiana. (Excitemusic)
Etichetta: Mercury - Voto: 6.5 Brano migliore: I giorni della malinconia Compositore contemporaneo, autore di musica leggera, idolo delle folle, chart buster, scrittore, regista, pittore e chi più ne ha più ne metta, Franco Battiato pubblica un nuovo disco di musica pop, il ventinovesimo della sua sterminata discografia, col quale torna ad abbinare, con la consueta convinzione, la ricerca e la sperimentazione con le regole della canzonetta da classifica. Il Vuoto ha un sapore un po’ anni 80, senza che questo significhi un ritorno revivalistico alle sonorità di quegli anni, ma casomai un approccio compositivo che ricorda quello del musicista nel periodo, gli anni 80 appunto, in cui la sua musica ebbe il momento di massima popolarità. Le canzoni di Battiato, da dieci anni in qua, portano la firma di Manlio Sgalambro per la parte letterale e quelle di questo nuovo album non fanno eccezione. I testi, però, stavolta sembrano volti a placare i toni per divincolarsi, semmai, tra giochi di parole e semplice metrica in favore di una musicalità quieta e rassicurante. La title track, realizzata col gruppo sardo-britannico delle MAB, stordisce in apertura di album presentando sonorità elettroniche decisamente moderne (per Battiato) sulle quali la sua voce si adagia con naturalezza e convinzione in mezzo a quelle femminili della band. Anche chi, come me, non ama particolarmente l’opera recente del musicista siciliano, non può negare l’interessante sviluppo di questo brano che mi sembra splendidamente prosecutore della sua coerenza e maturazione stilistica. La durata totale dell’album è di 33 minuti e 33 secondi (casuale?) nei quali, per certi versi, è facile trovare un Battiato pop che fa il verso al Battiato pop. I giorni della malinconia è una canzone che si piazza sullo stesso filone di E ti vengo a Cercare, portando Battiato diritto al cuore di chi lo ascolta. Era l’inizio della primavera, invece, ci ricorda al periodo del Cammello e dei suoi lieder (decidete voi se è una cosa positiva o negativa). Tiepido aprile è un esile tentativo (sebbene mascherato da un’imponente arrangiamento orchestrale) di rinverdire il successo de La Cura, mentre Aspettando l’estate, con le fastidiosissime trombe sintetiche tipiche di Battiato, è senza dubbio il pezzo più debole del disco. Ma, a ben guardare, in questa mezz’ora di musica leggera è davvero l’unico. Il disco ha il suo pregio proprio nel suo basso profilo: non è un capolavoro, non segna nessun punto di svolta nella carriera del suo autore o nella storia della canzone d’autore, non è Don Giovanni di Battisti o Rimmel di De Gregori, non è Discanto di Fossati e nemmeno Le Nuvole di De Andrè. E’ un dischetto molto più semplice, una piccola boccata d’aria fresca in un momento così povero della canzone italiana; un sottilmente autocelebrativo passo nella carriera di uno dei nostri più intelligenti autori che, una volta tanto, ha deciso di abbassare il tiro e regalarci, senza boria né prosopopea, solo nove canzonette belle e sincere. (Excitemusic)
Tracklist 1 Il vuoto 2 I giorni della monotonia 3 Aspettando l’estate 4 Niente è come sembra 5 Tiepido Aprile 6 The game is over 7 Era l’inizio della primavera 8 Io chi sono? 9 Stati di gioia
Il vuoto Tempo non c'è tempo sempre più in affanno inseguo il nostro tempo vuoto di senso senso di vuoto E persone quante tante persone un mare di gente nel vuoto year play rest my way day thing man your world life the hand part my child eye woman cry place work week end your end case point tu sei quello che tu vuoi government the company my company ma non sai quello che tu sei Number group the problem is in fact money money…… Danni fisici psicologici collera e paura stress sindrome da traffico ansia stati emotivi primordiali malesseri pericoli imminenti e ignoti disturbi sul sesso Venti di profezia parlano di nuovi dei che avanzano year play………………. Tempo non c'è tempo sempre più in affanno inseguo il nostro tempo vuoto di senso senso di vuoto Danni fisici psicologici collera e paura stress sindrome da traffico ansia stati emotivi primordiali malesseri pericoli imminenti e ignoti disturbi sul sesso Venti di profezia parlano di nuovi dei che avanzano Tu sei quello che tu vuoi ma non sai quello che tu sei end your case point Tu sei quello che tu vuoi government and company my company ma non sai quello che tu sei number group the problem is in fact money money........ Tempo non c'è tempo sempre più in affanno inseguo il nostro tempo vuoto di senso senso di vuoto
I giorni della monotonia Stavi giù distesa sopra il letto e ti lasciavi andare come alla deriva passavamo così attraverso impervie vie i giorni della monotonia tutti e due le labbra sulle tue gli attimi vissuti intensamente sono spenti Stare insieme a te fu il delirio di una storia della nostra estrema diversità e mi innamorai ossessivamente per distruggermi "..stringimi.." mi sussuravi piano: "caro amore" Giorni di immensa meraviglia e giorni di cattività tra noi due poi scoppiò il diluvio Lux eterna domine in excelsis deo Passavamo così attraverso impervie vie i giorni della monotonia tutti e due le labbra sulle tue gli attimi vissuti intensamente sono spenti Sto con me tra noi due ho scelto me
Aspettando l'estate L'allegrezza del vento fuga i cattivi pensieri mentre ogni ombra fugge via le giornate si accorciano La sera i fuochi inondano i dintorni di luce La tristezza non prevale su me col canto la tengo lontana le giornate si allungano sto aspettando l'estate Anche se non ci sei tu sei sempre con me per antiche abitudini perchè ti rivedrò dovunque tu sia Aspettando l'estate all'ombra dell'ultimo sole sospeso tra due alberi a immaginare l'estasi dei momenti d'ozio voglio riscoprire aspettando l'estate Anche se non ci sei tu sei sempre con me e sono ancora sicuro che io ti rivedrò dovunque tu sia
Niente è come sembra Rovinò lungo la china solo chi ha un destino rovina non voglio che l'impuro ti colga ti darò a una rondine in volo Niente è come sembra niente è come appare perché niente è reale Ti darò a un ruscello che scorre o alla terra piena di mimose qualcuno si ferma al tuo passare Niente è come sembra niente è come appare perché niente è reale I was in my car watching for the bend I was looking for you Dal balcone ammiravo il vuoto che ogni tanto un passante riempiva….. è stato solo un presentimento ti voglio ricordare che Niente è come sembra niente è come appare perchè niente è reale
Tiepido Aprile Attraversi il bosco tiepido Aprile consoli da sempre il viandante pensieri leggeri si uniscono alle resine dei pini si fa chiara la mente come nuvola pensieri leggeri si uniscono alle luci e ai colori al silenzio lontano delle nuvole Entri dentro le case tiepido Aprile risvegli all'amore gli amanti mi affido al vento ai profumi del tempo agli umori delle stagioni a meridione pensieri leggeri si uniscono alle resine dei pini al silenzio lontano delle nuvole
The game is over The game is over in the dark night I knock at your door When I reach the selfish stage I enjoy a certain pleasure but sometimes a vague fear which I cannot describe Dov'è che stiamo andando nel succedersi del tempo avrai un progetto o no per la tua vita?... andiamo. To ask the mind to kill the mind is like making the thief when I reach the selfish stage I enjoy a certain pleasure but sometimes a vague fear which I cannot describe Dov'è che stiamo andando nel succedersi del tempo avrai un progetto o no per la tua vita?... adesso. Discover the nature of mind... no matter how many planets and stars are reflected in a lake no matter how many universes there are.
Era l'inizio della primavera La Primavera cominciò un po' di tempo prima e l'erba si vedeva appena e noi stavamo bene nell'aria mite del mattino le felci ancora chiuse tu che abbassavi spesso gli occhi e sempre prima di me La Primavera cominciò all'ombra di betulle come risposta al mio umore lanciavi un'occhiata era l'inizio tra noi due piangevo prima di te It was in the early spring the grass was barely showing the stream was flowing the air mild the trees were turning green It was in the early morning sheperd's pipe as yet was silent the fernes were still tightly furled in the pine wood It was in the early spring in the shade of the birch trees when with a smile you lowered your eyes before me In reply to my love you lowered.... you lowered .... your glance Oh life - oh wood - oh youth oh sunlight ..and hope La Primavera cominciò un po' di tempo prima e l'erba si vedeva appena e noi stavamo bene
Io chi sono? Io sono. Io chi sono? Il cielo è primordialmente puro ed immutabile Mentre le nubi sono temporanee Le comuni apparenze scompaiono Con l'esaurirsi di tutti i fenomeni Tutto è illusorio privo di sostanza Tutto è vacuità E siamo qui ancora vivi di nuovo qui Da tempo immemorabile Qui non si impara niente sempre gli stessi errori Inevitabilmente gli stessi orrori da sempre come sempre Però in una stanza vuota la luce si unisce allo spazio Sono una cosa sola inseparabili La luce si unisce allo spazio in una cosa sola Io sono. Io chi sono? La luce si unisce allo spazio in una cosa sola indivisibili Io sono. Io chi sono?
Stati di gioia Le azioni del mondo non influenzano il sole e i nemici è sicuro sono dentro di noi com'è possibile restare ciechi per così lungo tempo Mi trovavo a lottare contro i miei fantasmi spostandomi in avanti per quanto lo permette la catena scopersi per caso lo stato che ascende alla Gioia Masticavo semi di mela alla luce del mattino le increspature dell'aria sembravano pulsare mi giungevano frasi, odori di erbe bruciate scintille di fuochi suoni lontani Masticavo semi di mela alla luce del mattino le increspature dell'aria sembravano pulsare Era l'estate del '63 un pomeriggio assolato da un juke-box di un bar completamente vuoto "She loves you ye ye ye" Riti di purificazione dentro stati di Gioia senza Luce né Oscurità